Non è un problema di risorse. È un problema di sistema. Operativamente, questo divario si traduce in una pressione concreta: più costi, meno capacità disponibile, meno margine di errore.
I numeri che definiscono il contesto
Chiunque gestisca una supply chain in Italia nel 2026 lo percepisce già nella pratica quotidiana: i preventivi non tornano come un anno fa, i vettori sono più difficili da trovare, i contratti che sembravano solidi scricchiolano alla prima variazione di costo.
I dati confermano questa sensazione. Dal 2019 a oggi la pressione sui costi è diventata strutturale: la manodopera è aumentata del 16%, l’energia elettrica del 46% e gli affitti del 12%. Nel primo trimestre 2026, il gasolio nell’UE è passato da 1,56 a 1,96 euro al litro, con ulteriori rialzi nelle settimane successive.
A questo si aggiunge un vincolo ben noto: in Italia mancano tra 20.000 e 25.000 autisti, e il 45% di quelli attivi ha più di 55 anni, con una quota significativa vicina alla pensione.
Il risultato è un mercato da 120 miliardi di euro in cui il 45% delle attività è già esternalizzato. La logistica è quindi diventata una rete complessa di relazioni e dipendenze operative da coordinare.
Il divario tra consapevolezza e strumenti
Le aziende hanno ormai chiaro che la logistica deve diventare più digitale, integrata e basata sui dati. Eppure, nella pratica quotidiana, la gestione delle spedizioni passa ancora da email, Excel e messaggi sparsi. Questa situazione nasce da un’eredità di lungo periodo: per anni gli strumenti digitali sono stati progettati soprattutto per chi il trasporto lo esegue (vettori, spedizionieri) più che per chi lo commissiona. Il risultato è un adattamento del committente a strumenti non pensati per le sue esigenze.
I dati confermano il ritardo: solo il 2% delle imprese italiane utilizza oggi soluzioni dedicate alla gestione logistica; allo stesso tempo, più di sei aziende su dieci prevedono di aumentare gli investimenti digitali nei prossimi anni, segnalando un cambiamento ancora incompleto.



