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Impennata del greggio e costi del carburante
Qualsiasi instabilità politica in Medio Oriente, a maggior ragione se di natura militare, porta inevitabilmente a un aumento del prezzo del petrolio, con ripercussioni immediate ai distributori. Questa volta la situazione è degenerata ulteriormente: l’Iran ha di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz, minacciando di colpire le navi nemiche in transito. Questo fattore, unito alla decisione delle compagnie assicurative di alzare i premi per le operazioni nell’area, ha bloccato il traffico marittimo nello stretto. È fondamentale ricordare che dallo Stretto di Hormuz transita circa il 20% del petrolio mondiale; paesi come Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Kuwait e Iraq sono tra i principali produttori globali di greggio e gas naturale.
Di conseguenza, nella prima settimana di conflitto il prezzo del petrolio è passato da circa 73 a 89 $. La seconda settimana è iniziata con una fiammata che ha portato il barile ben oltre i 100 $, sfiorando la quota di 120 $ registrata nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. E siamo solo all’inizio, senza una soluzione politica o militare all’orizzonte.
L’impatto sui mercati energetici ha già alimentato l’aumento dei prezzi del carburante in Europa, ancor prima che si verifichino reali carenze nelle forniture (poiché i rincari colpiscono inizialmente le scorte attuali). In genere, occorrono 2-3 settimane perché l’effetto della scarsità di offerta si rifletta pienamente sulle pompe di benzina.
L’aumento del prezzo del greggio colpisce direttamente i costi trasporto su gomma, dove il carburante rappresenta una voce di spesa principale, stimata fino al 40% dei costi operativi totali dei vettori. L’incremento dei budget destinati al trasporto grava sui margini di profitto di trasportatori e fornitori di logistica in tutto il continente. In particolare, i vettori europei lavorano spesso con margini minimi e i rincari del gasolio rischiano di soffocare le loro attività. Poiché gli aumenti alla pompa non vengono trasferiti immediatamente e proporzionalmente nei contratti e nelle tariffe di nolo, le aziende potrebbero operare in perdita o con profitti minimi per settimane prima di riuscire a riequilibrarsi.
Effetti economici su larga scala
Il rincaro del petrolio non minaccia solo il settore logistico, ma l’intera economia. L’aumento del prezzo del diesel fa salire i costi dell’autotrasporto, che si riflettono poi sui prezzi finali delle merci, specialmente alimentari e beni di consumo. È lo stesso scenario osservato dopo l’invasione dell’Ucraina, che portò all’iperinflazione del biennio 2022-23 e a un rallentamento economico da cui l’Europa non si è ancora del tutto ripresa.
Non bisogna dimenticare il GNL (Gas Naturale Liquefatto), l’altro combustibile chiave proveniente dal Medio Oriente. L’Europa ha aumentato le importazioni di gas dalla regione dopo il bando al gas russo; ora, il blocco del Golfo Persico rischia di colpire le flotte alimentate a gas, le operazioni logistiche ad alto consumo energetico (magazzini, celle frigorifere) e la produzione industriale stessa. Una produzione più costosa o ridotta si traduce in minori volumi di carico per vettori e spedizionieri, infrangendo le speranze di una ripresa industriale europea.
Oltre a petrolio e gas, il Medio Oriente è centrale per le supply chain di prodotti petrolchimici, fertilizzanti e materie prime industriali. Le interruzioni potrebbero innescare fluttuazioni di prezzo per i materiali usati nel manifatturiero europeo. Il settore automobilistico, in particolare, dipende fortemente da forniture di elettronica, semiconduttori e prodotti chimici speciali legati a queste catene globali.



